“Non volevo morire vergine” di Barbara Garlaschelli (Piemme)

Ma dai. Io, che non conoscevo l’autrice, dal titolo avevo pensato a un romanzo rosa di quelli ironici e leggerini. E l’avevo lasciato lì, tra i leggerò, ma così, senza l’avidità di farlo mio. Poi l’altra sera, in crisi di astinenza da libri (se non ne ho almeno cinque di riserva sul comodino mi manca l’aria) l’ho sfogliato, e mi sono resa conto che era di tutt’altro genere.

Una ragazza a quindici anni fa un tuffo, l’acqua è troppo bassa, sbatte contro un masso e si ritrova tetraplegica. Così, pum, un secondo prima poteva camminare, correre, danzare, un secondo dopo no. La storia, che è quella dell’autrice, è scritta molto, molto bene. Spesso i mémoir privilegiano la vicenda a scapito dello stile. In questo caso, no. Scrittura accurata ed elegante, ma anche fresca e con sprazzi di lieve ironia. Brava, davvero brava la Garlaschelli. In più, affronta un tema particolarmente coraggioso: la sessualità dei disabili. E anche il desiderio, insieme alla possibilità, di sentirsi seducenti, nonostante la sedia a rotelle.

È un bel libro, da leggere assolutamente. E che fa venir voglia di leggere anche gli altri che ha scritto.

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