“Le otto montagne” di Paolo Cognetti (Einaudi)

Ero diffidente, diffidentissima, prima di leggerlo. Un po’ perché detesto la montagna, un po’ per snobismo verso il premio Strega e i best seller in genere. Poi mi son detta: Eddai, leggilo, ché tu di natura sei fiduciosa, non diffidente. E anche curiosa.

Insomma, l’ho finito due minuti fa. E mi è piaciuto molto.

Intanto, mi ha piacevolmente sorpreso la scrittura: semplice (nel senso più nobile del termine) e scorrevole. Non un inciampo nel ritmo, non una frase faticosa o stanca. Gradevolissima.

Poi mi ha sorpreso, sempre piacevolmente, la capacità di Cognetti, in questo romanzo, di evocare concetti immensi attraverso piccole, piccolissime cose. Lo stesso per i personaggi: niente descrizioni, conversazioni essenziali, eppure sono presentati con precisione e coerenza.

La storia è bella, molto, una storia che altri autori, nel raccontarla, avrebbero farcito di ingredienti suggeriti dalla vanità o dal marketing. Invece ha una sua vivida purezza.

Ecco, sì, è proprio la purezza che caratterizza questo libro: materia rara e facilmente deperibile.

Non so se Cognetti scriverà un nuovo romanzo altrettanto puro, e se si troverà in stato di grazia come in questo. Ma intanto l’ha scritto, e vi consiglio di leggerlo. Lascia qualcosa dentro, sottovoce eppure potente.

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