“L’accordatore di piano” di Daniel Mason (Mondadori). “Da grande” di Jami Attenberg (Giuntina). “La giovinezza è sopravvalutata” di Paolo Hendel (Rizzoli). E last, ma assolutamente non least, anzi: “Il Ciclope” di Paolo Rumiz (Feltrinelli)

Li ho letti in queste settimane, ma sono state settimane piene di impegni, troppi, e non sono riuscita a commentarli per bene, uno alla volta, appena terminati. Lo faccio ora, in un mucchio selvaggio di commenti.

L’accordatore di piano me l’ha regalato mia zia, lettrice ultraottantenne dalla poderosa biblioteca (dev’essere una malattia di famiglia, questa dei libri). Romanzo interessante, devo dire. Scrittura curata, non particolarmente emozionante, anzi, di emozioni in tutto libro ne ho incontrate poche (e anche di cose ne accadono poche) ma, complici l’idea di base e l’ambientazione, un romanzo che si legge volentieri (e si tratta di trecentocinquanta pagine, che però scorrono piacevolmente, magari un po’ noiosette le parti storiche, almeno per me). 1886, un mite accordatore di piano viene convocato dal Ministero della Guerra inglese in una zona sperduta e ostile della Birmania…

Da grande, invece me l’ha regalato per il mio compleanno la mia amica Cinzia. Una ragazza, poi donna, vive a New York. Ha rapporti molto difficili con la famiglia, con gli uomini, con se stessa. Poi accade qualcosa che le fa rivedere tutto da un altro punto di vista. Ben scritto, molto bella l’ultima parte, meno bella la prima. Non mi ha lasciato sapori o profumi particolari, però, questo libro. Ben fatto, sì, ma come tanti altri libri ben fatti che ho letto.

Altro libro così così, secondo me, La giovinezza è sopravvalutata. Io probabilmente ho sopravvalutato il titolo, molto divertente, e mi aspettavo chissà cosa. Sono rimasta un po’ delusa. Qualche pagina divertente, certo, Paolo Hendel sa essere davvero esilarante (anche alla presentazione del libro, a cui ho assistito, ha fatto faville), ma insomma mi aspettavo di più. Ecco.

Il Ciclope. Ehhh, mi è piaciuto tanto. Paolo Rumiz passa qualche settimana su un faro, nel Mediterraneo, e lascia libero corso ai suoi pensieri: uno più interessante e magico dell’altro. Non succede niente, in questo libro, è un viaggio immobile, eppure si muovono emozioni e riflessioni a velocità straordinaria. Bello, proprio. Scritto meravigliosamente, maestoso e semplice. Da leggere.

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“Non dire cazzo” di Francesca Rimondi (Frassinelli)

Me l’hanno mandato l’altro giorno, questo libro, e confesso di aver pensato: uff, un altro mappazzone ironico sulle mamme.  Vabbe’, mal che vada – e andrà mal – lo abbandono.

E invece no. Perché sono stata subito stregata dalla scrittura. Francesca Rimondi scrive BENISSIMO. Sì, lo scrivo così, in un aggressivo maiuscolo, ci vuole tutto. Una scrittura brillante, ma anche emozionante, con un ritmo perfetto e tanta freschezza. Ma non la freschezza cialtrona che si incontra spesso: una freschezza curata ed elegante. E colta.

Brava, bravissima Francesca Rimondi.

Il libro racconta, sì, di figli piccoli e figli adolescenti, e lo fa con ironia ed estrema grazia. Ma racconta di tante altre cose, compreso il rapporto della protagonista con suo padre, e quelli sono i brani che ho preferito in assoluto. Meravigliosi. Struggenti. E, tanto per cambiare, ben scritti. (E poi c’è il brano su benzinaio del Sillaro, che è un piccolo capolavoro).

Ah, già, dimenticavo: in questo libro, come si evince agevolmente dal titolo, c’è una densità di parolacce che a Bukowski je spiccia casa, come si dice. Ma è scritto così bene, cazzo, che quando arrivi all’ultima pagina ti dici: oh, cazzo, è finito, speriamo che scriva un nuovo romanzo, questa Rimondi, cazzo.

“Le vedove del giovedì” di Claudia Pineiro (Feltrinelli)

“Alla periferia di Buenos Aires, dietro alti muri perimetrali, al di là di cancelli rinforzati e affiancati dalle garitte della vigilanza, si trova il complesso residenziale di lusso Altos de la Cascada”. È un mondo a parte, dove tutto è sotto controllo, dove persino le piante crescono nella direzione voluta dai giardinieri e non dal sole, dove la vita oltre i cancelli sembra non poter penetrare. Eppure, pian piano, come radici che evadono dal fondo di un vaso di terracotta, nel residence si infiltra la vita reale. Per esempio, con tre cadaveri in piscina.

“Un’analisi feroce di un microcosmo sociale in un accelerato processo di decadenza”, così José Saramago descrive questo splendido romanzo. Splendido, sì: mi è piaciuto davvero molto.

La scrittura è asciutta e fulminante. La trama ben costruita. E la conoscenza che l’autrice ha dell’animo umano, eccezionale. Brava, la Pineiro, non la conoscevo.

Un romanzo perfetto, a mio parere, che vi consiglio assolutamente di leggere.

 

“La collina dei conigli” di Richard Adams (BUR)

Il libro è uscito in Italia nel 1975, e il film d’animazione nel ’78. E io me li ero persi entrambi. Be’, ho recuperato in questi giorni, leggendo con avidità il romanzo.

Proprio bello.

Ho imparato un sacco di cose, sulla vita dei conigli, certo (l’autore si era documentato moltissimo), e sulla vita di noi tutti. Le guerre (Adams ha studiato Storia a Oxford), le alleanze, le dinamiche psicologiche di leader e di sottoposti, il coraggio, la paura: tutto attraverso gli occhi di un drappello di avventurosi conigli che migra in cerca di un avvenire più sicuro.

Mi sono preoccupata insieme a loro, ho condiviso spaventi e sorrisi, speranze e delusioni. Ho adorato Kehaar, il gabbiano che diventa loro amico, col suo modo di esprimersi esilarante. Ho amato perdutamente Quintilio, il coniglio sensitivo, con le sue visioni. Ho stimato Moscardo, il loro condottiero, con le sue limpide insicurezze. Ho fatto amicizia con tutti i personaggi, che sono ancora qui con me, presenze forti e indimenticabili.

Un romanzo epico, davvero appassionante. Certo, lo stile è un po’ vecchiotto, e il libro forse è un po’ lunghetto, ma è assolutamente da leggere.

“La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin” di Enrico Ianniello (Feltrinelli)

Fiuuuu, fiuuuu, truìììì. Toooììì-ìììììì-ìììtòòòòòò! Pitiùùùùùùùùù!

Scusate, sto usando il fischiabolario per comunicare come Isidoro, il ragazzino protagonista di questo romanzo appena letto.

E com’è, questo romanzo?

De-li-zio-so.

Non conoscevo l’autore, confesso che l’ho incontrato grazie a una promozione Feltrinelli per cui con 9,90 euro si portano via due libri. Mi ha ispirato il titolo, mi hanno invogliato le prime righe, ed eccomi qua a parlarvi di Ianniello e del suo primo romanzo, pubblicato quattro anni fa. Ha vinto, tra gli altri, il Premio Campiello Opera Prima, e si è aggiudicato anche un bel posticino nel mio cuore.

Un romanzo delizioso, dicevo. Scritto bene, con dentro un po’ di dialetto napoletano, un po’ di genio e un po’ di poesia. Più un pizzico di follia e parecchio sentimento. E una bellissima, originalissima idea di fondo.

Mi ha ricordato Alessandro Barbaglia, col suo Atlante dell’Invisibile.

La trama non ve la racconto, sappiate soltanto che catturerà il vostro lato bambino, e anche il vostro lato adulto, e non li lascerà più andare. E, a libro finito, resterà con voi a fischiettare ancora per molto tempo. Io mi sono anche commossa, ma non ditelo a nessuno.

“L’Atlante dell’Invisibile” di Alessandro Barbaglia (Mondadori)

“Sai perché non mi convince il modo in cui trattiamo il nostro pianeta, Teresa? Perché non ne sappiamo niente. È fatto al 71 per cento di acqua, capisci Teresa, d’acqua! E noi lo chiamiamo Terra. (…) Significa che l’idea che il mondo sia fatto di qualcosa di fluido, che scorre, si muove e cambia proprio non l’hai capita”.

* * *

“Si fanno così!” rise Elio, e mostrò a Teresa un cacciavite.

“Con il cacciavite?”

“Sì. A stella. Con il cacciavite a stella. Si va su in cielo, in alto, alto, alto, e quando arrivi proprio al limite che te la senti addosso sulla pelle, la notte, allora col cacciavite buchi il buio e senti pufffff. Un po’ si sgonfia, il buio, come un pallone bucato, e vedi la luce che c’è al di là. Che arriva fin da te. Ed ecco che hai fatto una stella.”

* * *

Non mi capita spesso di sottolineare un testo, ma se lo faccio significa che ne sono entusiasta.

La mia copia dell’Atlante dell’Invisibile è piena di sottolineature. Perché Barbaglia sa vedere le cose con un occhio da poeta, o da bambino, o da genio, che poi sono la stessa cosa.

Ma non è solo poeta, bambino, o genio: Barbaglia è anche musicista. Perché la sua scrittura canta. Non c’è una singola frase, un singolo periodo, che non siano scritti in musica, che non suonino perfettamente. Lui scrive su un pentagramma, non su un quaderno a righe. Ed è un piacere leggerlo.

Uno che si definisce “poeta”, a me sta subito antipatico. Ma Alessandro Barbaglia, un poeta, lo è per davvero.

Insomma, dopo aver letto il suo primo libro, La locanda dell’ultima solitudine (bellissimo) mi sono buttata a capofitto su questo. Bellissimo anche lui. Di una bellezza imperfetta, secondo me, perché le cose scritte col cuore, perfette non lo sono mai. Se si sta dietro ai battiti, non si può dar retta anche alle obiezioni di qualche neurone con la mania dell’ordine. Ci sono un po’ troppe storie dentro la storia, ecco. Avrei preferito leggerne una per volta, ciascuna nel proprio romanzo. Ma, forse, l’importante è il profumo che un libro ci lascia addosso. E il profumo dell’Atlante dell’Invisibile è magico, così buono che ti viene da mangiarlo.

“Corniche Kennedy” di Maylis de Kerangal (Feltrinelli)

Quando avevo letto, anni fa, Riparare i viventi, della stessa autrice, ne ero rimasta incantata. Una storia difficilissima, narrata attraverso una scrittura incredibilmente forte e vibrante. Bellissimo, tra i miei romanzi preferiti in assoluto.

Così l’altro giorno ho preso il suo ultimo libro: Corniche Kennedy.

Molto, molto bello anche questo. Meno dell’altro, secondo me, perché in questo l’autrice si fa un po’ prendere la mano dalla sua scrittura vertiginosa (così la descrive la traduttrice, e io concordo) e le prime pagine risultano un po’ faticose, troppo cariche. Scritte in modo pazzesco, ma dopo un po’ stancanti. Più avanti invece la de Kerangal si libera da questa specie di responsabilità stilistica, la storia decolla e anche il nostro respiro si fa più lieve.

La trama? Marsiglia. Una banda di ragazzi dai tredici ai diciassette anni si lancia dalla scogliera, sfidando la morte. Un poliziotto li osserva. Ma non è la trama, è la luce che emana questo romanzo, a incantare.

Luccicante, l’ha definito infatti un giornalista su Le Monde. Sì, luccicante, particolare, meravigliosamente raccontato. Da leggere, e rileggere.