“Cuore di seta” di Shi Yang Shi (Mondadori)

Dal punto di vista letterario, no, non mi è piaciuto. Ma, come testimonianza di un ragazzino cinese che è emigrato in Italia, sì.

Yang arriva in Italia con la madre, una dottoressa costretta, qui, a svolgere i lavori più umili. Il padre, un ingegnere, li raggiunge anni dopo, e anche lui, come del resto lo stesso protagonista, fa mestieri pesanti e a volte umilianti.

Ma Yang è tenace, tenacissimo, e punta in alto. Per sé, e per la sua famiglia.

Il mémoir di Shi Yang Shi percorre, oltre al tema dell’immigrazione, quello dell’omosessualità, della rivoluzione culturale cinese, della famiglia. Offrendo al lettore spunti molto interessanti, senza mai passare dalla noia.

Diciamo spassionatamente che, come romanzo, non vale niente. Come stimolo per comprendere, in forma di lieve assaggio, una civiltà così differente da quella occidentale, vale la lettura.

 

 

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“Se consideri le colpe” di Andrea Bajani (Einaudi)

Non conoscevo l’autore, il merito è tutto della mia bancarella dell’usato, i cui scaffali non seguono le regole del marketing, bensì quelle del cosa arriva, lo espongo. E così ho incontrato questo libro.

Proprio bello. Ma tanto.

Delicato, commovente, interessante. E scritto meravigliosamente.

Una madre dalla personalità adorabile eppure terribile (mi ha ricordato “Aspettando Bojangles” di Olivier Bourdeaut) apre un’azienda in Romania, lasciando il figlio in Italia sempre più solo. Un percorso struggente a ritroso nel loro rapporto.

Nemmeno centosessanta pagine, si legge in un soffio, e lascia incantati.

 

“Un giorno perfetto” di Melania G. Mazzucco (Mondolibri)

Un libro perfetto.

Bellissimo, scritto benissimo, con una cura e una profondità di pensiero rare.

Le vicende dei personaggi si intrecciano e si dipanano nell’arco di ventiquattr’ore. Ognuno di loro affronta una morte – chi simbolica, chi reale – in un giorno di maggio.

Uno di quei romanzi che fanno provare gratitudine per chi li ha scritti.

Grazie, Melania Mazzucco.

Non ho altro da aggiungere, se non: leggetelo, leggetelo, leggetelo.

“Il nocchiero” di Paola Capriolo (Feltrinelli)

Ma che bello. Ma che particolare. Ma che brava Paola Capriolo. Ecco, avevo messo tanti ma nel mio commento sul libro qua sotto, però erano dei veri avversativi (Chi dice ma, cuor contento non ha). Qui no. Qui è un po’ come quando si dice: Ma come ho mangiato bene! E devo dire che, col Nocchiero, ho mangiato benissimo. Una cena in un sala da pranzo dai soffitti altissimi, ricca di tendaggi damascati, velluti, colori cupi tra il bordeaux e l’oro antico, dipinti preziosi, magari di quelli dove antenati sconosciuti e un filino truci sembrano muovere gli occhi e seguire i movimenti degli ospiti, avete presente? Seduta a quel tavolo ho assaporato pietanze dalle ricette antiche, cucinate alla perfezione.

Paola Capriolo in questo romanzo ha uno stile antico, raffinato, che decora superbamente una piccola trama. Piccola, sì, eppure infinitamente vasta.

In un tempo immerso nel passato, un giovane uomo intravede, di una donna, solo un braccialetto d’argento a forma di serpente che le avvolge il braccio. Ne è attratto in modo irresistibile e profondo. Da quel momento si dipana una storia strana, cupa, che abita il confine labile tra realtà e sortilegio.

Non ho problemi ad ammettere che, il finale, non sono sicura di averlo capito, e per di più non sono nemmeno sicura che ci fosse qualcosa di preciso da capire. Nel senso che io ho percepito pensieri e sensazioni intensissimi. E sono stata soddisfatta così. Tant’è che il sapore che mi è rimasto, alla fine di questo strano romanzo, è così buono che mi porterà, domani, in libreria ad acquistare altri libri della Capriolo.

“Da dove la vita è perfetta” di Silvia Avallone (Rizzoli)

Mi era piaciuto Acciaio, e così l’altro giorno mi è venuta voglia di leggere anche questo nuovo romanzo della Avallone: Da dove la vita è perfetta.

L’ho apprezzato, ma con un paio di ma, appunto.

Ma n°1: per la prima metà del libro, di ogni capitolo ho dovuto rileggere tutta la prima pagina, perché l’autrice non svela subito di quale dei suoi personaggi stia raccontando. Ed è una cosa, a mio avviso, fastidiosissima. Non si riesce a visualizzare né a vivere la vicenda narrata, perché è impossibile (o quantomeno difficile) dare un volto, e una personalità, al protagonista. Ci si sente ciechi, insomma. Poi, un po’ mi sono abituata a questo sistema, un po’ avevo ormai più familiarità coi personaggi e quindi li riconoscevo dopo le prime righe, e allora il fastidio e la cecità si sono attenuati. Devo ammettere però che, se la scrittura non fosse stata così accurata, per il nervoso avrei smesso di leggere dopo appena una cinquantina di pagine.

La scrittura dicevo, e il ritmo, sono decisamente buoni, la Avallone riesce a emozionarci, a farci provare una forte empatia coi personaggi, ad andare abbastanza in profondità. Abbastanza ecco, ma (Ma n°2) non a sufficienza: alcuni caratteri, seppur secondari, certo, sono tratteggiati secondo me un po’ troppo superficialmente, mi sarebbe piaciuto conoscerli meglio.

La vicenda è interessante. Bologna, estrema periferia, tra i cosiddetti bolofeccia. Famiglie che vivono in un quartiere degradato, malato. Le storie di due maternità che si sfiorano, così incredibilmente diverse eppure così simili.

Ed eccomi al mio Ma n°3: è indefinibile, è quella sensazione che si prova quando, arrivati all’ultima riga di un libro, ci si dice: è scritto bene, è ben fatto, anche il finale mi è piaciuto, ma non sono del tutto soddisfatta.

“Il mare dove non si tocca” di Fabio Genovesi

E insomma, Genovesi ha il magico potere di farsi voler bene. Lo si legge, e vien voglia di andarci insieme al bar a chiacchierare tutto il pomeriggio.

Succede con Chi manda le onde, succede quasi di più col nuovo romanzo Il mare dove non si tocca. (Anche se, dal punto di vista letterario, ho preferito il primo).

Ha uno stile tutto suo, il nostro amico Fabio, apparentemente ingenuo, ma ogni tanto ti spara lì un pensiero laterale, una riflessione a cui nessuno aveva mai pensato, un’osservazione così acuta che ti fa saltare sul divano mentre leggi.

Il mare dove non si tocca secondo me ha alcune parti geniali, tipo l’idea di risvegliare dal coma il padre del protagonista leggendogli i manuali, tutti i manuali, dall’allevamento dei lombrichi a come si costruisce un buon pollaio. E tipo altre che non vi dico sennò vi rovino il piacere della lettura. Comunque, leggetelo, questo nuovo libro del nostro amico Fabio. Vi piacerà, vi commuoverà, vi farà sorridere, vi farà pensare, e vi farà voler bene, tanto, all’autore.

“Vita” di Melania Mazzucco (Mondolibri)

Di Melania Mazzucco avevo letto Limbo e Sei come sei, che mi erano piaciuti parecchio. Meno, Il bacio della Medusa. Poi sono incappata in questo Vita, e mi son detta: perché no?

Sono arrivata poco fa all’ultima delle sue quattrocento pagine.

È un’autrice speciale, la Mazzucco. Scrive bene, con cura e sobrietà, e si documenta benissimo.

In questo caso il romanzo (che è anche in parte un documento storico) racconta la storia dei Mazzucco, di quando, ai primi del Novecento, sono emigrati in America. Protagonisti Vita e Diamante, due bambini che salpano, soli, verso New York.

La Mazzucco ci conduce in quel mondo, in quell’epoca, con mano sicura. Ci emoziona, ci mostra la realtà, ce ne fa percepire persino gli odori e rende palpabili le ferite del corpo e dell’anima. Brava. Molto brava.

Però ho trovato la lettura un po’ faticosa. Ogni tanto sbirciavo per vedere quanto mancava alla fine, pensando che fosse un libro importante, ben fatto, che mi avrebbe arricchito di fatti e pensieri, ma che a tratti era un po’ soffocante. Forse la colpa è di Fabio Genovesi sul comodino (nella sua versione libresca, intendo 🙂 ) col suo nuovo romanzo che non vedo l’ora di leggere. E magari quelle quattrocento pagine di Vita le ho vissute con troppa impazienza.

Comunque, se non avete sul comodino romanzi che vi aspettano, armatevi di tempo e dedizione, e leggete questo. Merita.