“Le otto montagne” di Paolo Cognetti (Einaudi)

Ero diffidente, diffidentissima, prima di leggerlo. Un po’ perché detesto la montagna, un po’ per snobismo verso il premio Strega e i best seller in genere. Poi mi son detta: Eddai, leggilo, ché tu di natura sei fiduciosa, non diffidente. E anche curiosa.

Insomma, l’ho finito due minuti fa. E mi è piaciuto molto.

Intanto, mi ha piacevolmente sorpreso la scrittura: semplice (nel senso più nobile del termine) e scorrevole. Non un inciampo nel ritmo, non una frase faticosa o stanca. Gradevolissima.

Poi mi ha sorpreso, sempre piacevolmente, la capacità di Cognetti, in questo romanzo, di evocare concetti immensi attraverso piccole, piccolissime cose. Lo stesso per i personaggi: niente descrizioni, conversazioni essenziali, eppure sono presentati con precisione e coerenza.

La storia è bella, molto, una storia che altri autori, nel raccontarla, avrebbero farcito di ingredienti suggeriti dalla vanità o dal marketing. Invece ha una sua vivida purezza.

Ecco, sì, è proprio la purezza che caratterizza questo libro: materia rara e facilmente deperibile.

Non so se Cognetti scriverà un nuovo romanzo altrettanto puro, e se si troverà in stato di grazia come in questo. Ma intanto l’ha scritto, e vi consiglio di leggerlo. Lascia qualcosa dentro, sottovoce eppure potente.

“Nel guscio” di Ian McEwan (Einaudi)

Bellissimo. Bellissimo. Bellissimo.

Mi ha entusiasmato tutto: l’idea geniale, la scrittura ricca ed elegante con tratti di splendida ironia, la traduzione accuratissima.

Io leggo velocemente, ma Nel guscio è uno di quei pochissimi romanzi che ho assaporato lentissimamente, per apprezzarne ogni parola, ogni concetto, ogni idea.

È il romanzo di McEwan che ho preferito in assoluto. C’è un’idea molto forte come c’era nel suo Giardini di cemento, ma questa mi ha sedotto totalmente.

“Uno straordinario gioco di prestigio, un pezzo di bravura che, ai doni narrativi di precisione, autorevolezza e controllo, aggiunge il diletto assoluto delle acrobazie di cui sono capaci le parole” dice la quarta di copertina. Sottoscrivo.

Leggetelo, per piacere, è davvero bellissimo. A mio parere, un piccolo capolavoro.

“Sofia si veste sempre di nero” di Paolo Cognetti (Minimum fax)

Ho un brutto carattere: se un libro è premiato allo Strega non mi viene voglia di leggerlo. Però dell’autore sono curiosa, questo sì. Così l’altra sera, complice la mia solita bancarella dell’usato, ho cominciato Sofia si veste sempre di nero, anziché Le otto montagne.

Mi è piaciuto. Molto.

È una storia raccontata attraverso dieci racconti scritti con moltissima cura, “cesellati con la finezza di Carver e Salinger” dice la sinossi, e sono d’accordo.

È bravo, Cognetti. De Le otto montagne ho sentito pareri favorevoli e altri meno. Di questo, il mio parere è assolutamente positivo.

“Rondini d’inverno” di Maurizio De Giovanni (Einaudi)

Piaciuto, ma non piaciutissimo.

Un po’ è colpa mia: non avevo mai letto storie sul commissario Ricciardi e quindi, per esempio, che la vicenda si dipanasse negli anni Trenta l’ho capito solo dopo qualche pagina, e ho dovuto rigirarmi il mio film interiore, con nuovi vestiti, nuove acconciature, nuove auto, case, facce, negozi, tutto. Altra colpa: non conoscendo il passato del protagonista, sempre perché Rondini d’inverno è il mio primo Ricciardi, alcuni tratti del suo carattere o certi suoi pensieri non mi sono stati del tutto chiari.

Poi c’è un’altra cosa, sempre da aggiungere all’elenco delle mie colpe: io, ovviamente e come tutti, mi diverto a cercare di individuare il colpevole fin dalle prime righe, ma quando – ops, no, non ve lo posso dire, sennò vi rovino il finale. Però ci sono meccanismi che preferisco ad altri, ecco. E qui erano altri.

Quarta e ultima colpa: sono reduce da un poliziesco di Alessandro Robecchi, che adoro, e non è semplice, dopo un Robecchi fresco fresco, appassionarsi ad altri autori del genere.

Rondini d’inverno è comunque un bel poliziesco, molto, molto ben scritto e ben costruito, godibilissimo. L’ambientazione, un teatro, è ricca di fascino. La voce narrante, struggente e poetica. E gli indizi per permettere al lettore di fare ipotesi sul colpevole sono disseminati ad arte, con intelligenza, cura, e mestiere.

Se avete già letto altri romanzi con protagonista Ricciardi, leggetelo. Se come me non li avete letti, condividete il mio elenco delle colpe prima di leggerlo. 😉

“Quando eravamo grandi” di Anne Tyler (Guanda)

Anni fa avevo letto L’albero delle lattine, della stessa autrice, e mi era piaciuto così così, tant’è che mi ero detta: be’, con il fantastiliardo di libri che ci sono da leggere al mondo, non perderò più tempo con Anne Tyler. Brava, eh, però voglio di più.

L’altro giorno mi sono imbattuta, alla mia solita bancarella dell’usato, in un altro romanzo della Tyler, Quando eravamo grandi. Ero in crisi da astinenza, di libri sul comodino ne avevo pericolosamente pochi, e allora l’ho preso lo stesso.

Mi è piaciuto molto. È una bella storia, racconta di una donna di cinquantatré anni, Rebecca, che si chiede se la sua vita e la sua personalità le assomiglino davvero, o se invece lei abbia forzato vita e carattere in una direzione che non coincide del tutto col suo dienneà. Gran bella domanda.

Rebecca, nella vita reale, vive in una famiglia allargata, anzi allargatissima e chiassosa, ed è una matrigna. (Lo sono anch’io, e ho trovato molto puntuali, molto ricche di sensibilità e profonde le dinamiche che racconta). È sempre allegra e propositiva, si occupa di tutti con energia e grandi sorrisi.

Nella vita immaginata, Rebecca vive invece col suo primo fidanzato, non ha figliastre né ex mogli né niente della sua vita reale. Si concede un filo di asocialità e una certa malinconia di fondo.

Poi proverà a scambiare una vita con l’altra, rendendo reale quella immaginata. E va be’, non vi dico come va a finire, ovvio.

Comunque, a parte questa bella idea di fondo, col meccanismo del what if – cosa succederebbe se, il romanzo è gradevolissimo e ben scritto. Percorso anche da un filo sottile di ironia che si intreccia a un altro fatto di tenerezza. La figura di Poppy per esempio, il parente centenario, è deliziosa e struggente. Lei stessa, Rebecca, è a volte così goffa, ma così umana, che viene voglia di portarla al bar sotto casa a bere un caffè insieme, magari a parlare dei vestiti orrendi che indossa, e riderci su fino alle lacrime.

Da leggere? Da leggere, sì sì, assolutamente.

“Benedizione” di Kent Haruf (Enne Enne Editore)

Ma dai. Che romanzo particolare. Così sobrio che risulta eclatante.

Colorado, in una minuscola cittadina un uomo anziano sta per morire. Intorno a lui si snodano piccole e grandi vicende narrate con una semplicità e una naturalezza stupefacenti.

I dialoghi scarni ma così veri, le descrizioni piccole piccole eppure potenti.

Una scorrevolezza, di scrittura e di pensiero, meravigliosa. E una splendida traduzione.

La quarta di copertina dice il vero: Questo libro è per chi ama rileggere i classici e vorrebbe perdersi negli sconfinati spazi della pianura americana, (…) per chi nutre una sorta di fiducia razionale nel genere umano e crede che le verità gridate siano sempre meno vere di quelle suggerite con pudore.

Bello, veramente bello. Leggetelo, per piacere.

“Bianca come la luna” di Hwang Sōk-Yōng (Einaudi)

Mah, mi dico, l’autore non lo conosco, però se pubblica in Italia con Einaudi sarà bravo. Parla di Corea del nord, migrazioni, sciamane, sono cose di cui so poco e mi interessa imparare. Poi è qui alla bancarella dei libri usati, costa solo due euro, dai, lo prendo.

Allora, magari sono io che sono un’asina, una superficialona, forse anche una brutta persona, chissà. Ma, signori miei, quanto mi sono rotta i coglioni a leggere questo libro? Eh? Quanto? Tanto.

Per i miei gusti, il romanzo ha due problemi, e belli grossi. Uno, è scritto in maniera così piatta, ma così piatta che, va bene posizionarsi come favola moderna, e le favole hanno un loro stile semplice, ma insomma l’autore riesce a trasformare in materiale altamente soporifero anche le vicende più eclatanti. Due, la struttura è sbrindellata. Bella l’idea della ragazza coreana che riesce a vedere la vita delle persone massaggiando i loro piedi. Ma queste visioni sono raccontate in corsivi interminabili, ancora una volta di una noia mortifera, e privi di grazia. Se mi stai raccontando una favola, mi devi far sognare, eh. Ma sognare non perché mi addormento, abbi pazienza.

Non so, sono dispiaciuta come ogni volta che un libro non mi piace nemmeno un po’. E dire che Hwang Sōk-Yōng è definito “senza dubbio il migliore ambasciatore della letteratura asiatica”. Ahhh, ambasciatore, mica scrittore, ecco dove ho sbagliato. Vedi che sono proprio un’asina.

Scusate, mi detesto quando parlo male di un libro, di solito glisso e via, ma questa volta non ho resistito.